Il manifesto
Trace-Ability nasce da un'idea antica quanto una fiaba e da un mestiere lungo trent'anni. Ecco perché costruiamo app così — e perché si chiamano tutte “…Trace”.
La prima volta che mi sono confrontato con la filosofia della rintracciabilità sono rimasto stupito. Perché rintracciabilità, se ci pensi, vuol dire una cosa semplicissima: prima lasciare le orme, poi ripassarci sopra.
È Pollicino che semina il pane nel bosco per ritrovare la strada di casa. È il filo di Arianna che riporta Teseo fuori dal labirinto.
Dal 1997 a oggi abbiamo accumulato molta esperienza sulla tracciabilità di prodotto: la disciplina, tipica delle grandi aziende, in cui ogni passaggio deve lasciare un segno verificabile e la sicurezza del dato non è un optional. Stando poi a contatto con imprese medio-piccole — non grandissime, ma bellissime — ho capito che quella stessa disciplina poteva risolvere problemi molto più quotidiani.
Nel frattempo è cambiato lo strumento. Il telefono è diventato un piccolo computer che ci portiamo sempre dietro: un compagno di vita, non solo social ma anche di lavoro. E allora la tracciabilità delle grandi aziende poteva finalmente entrare in tasca a tutti.
C'è anche una scelta tecnica, ed è il cuore del metodo. Per anni i flussi di lavoro si gestivano con applicativi enormi, pesanti da installare su un server, con gli utenti che si collegavano a delle pagine. Due postazioni: una in ufficio e una fuori. Costi alti, poca libertà.
Oggi il paradigma si ribalta: faccio un'app. L'app si collega direttamente al database condiviso — oppure, dove il database non serve, produce il documento e lo manda a chi deve riceverlo. L'app si “mangia” tutto il vecchio frontend. Resta una sola postazione, il telefono, che se serve ribalti sullo schermo grande. Si diventa mobili e dinamici, senza il vincolo dei costi del mega-applicativo.
Non più un'azienda che produce solo software gestionale. Ma anche app agili e sicure, che seguono la traccia del lavoro.
Uno lavora anche per il piacere di lavorare, ma alla fine vuole pure guadagnarci qualcosa. Il modo giusto, per noi, è farlo facendo guadagnare anche gli altri — o quantomeno facendo percepire un vantaggio reale a chi usa, prima ancora dei nostri dati, il nostro approccio e il nostro modo di lavorare. Se lo strumento è buono, il beneficio si distribuisce lungo tutta la catena.
Il minimo gesto all'utente — una foto, un tap. Il lavoro noioso lo fa l'app.
Un risultato pronto e ordinato: quello che prima costava ore, in un attimo.
La cura che arriva dalle grandi aziende, dentro un'app che sta in tasca.
Nomi e interfacce almeno in italiano e inglese: le app parlano anche a chi non parla italiano.
Quattro app, un solo metodo. Ognuna traccia un pezzo di lavoro reale.